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venerdì 28 giugno 2013

IL RIPOSO DOPO LA TEMPESTA.



WALTER.


È lunedì mattina, sono le 04.00 scendo in cortile e accendo il camion, risalgo e faccio colazione, squilla il telefono, cazzo a quest'ora chi rompe; pronto chi parla?
Ciao Al. Sono Enrico, dove sei?
Ciao Enrico come mai a quest'ora?  Sono ancora a casa mi stavo preparando per partire, Alcace devo dirti una cosa che ti farà star male.
Ma cosa dici, Enrico, non capisco.
Alcace, Walter ieri sera ha avuto un incidente, stava tornando da Roma, quando sugli Appennini mentre scendeva a RoncoBilaccio è uscito di strada e si è schiantato contro un pilone ed è gravissimo.
L'hanno portato a Bologna al Sant'Orsola. 
Alcace, ci sei? Alcace.
Un tonfo profondo al cuore, mi siedo, istintivamente chiudo la comunicazione con Enrico, e faccio il numero di Walter, muto non suona, cosa faccio, devo partire per Parigi e da Novara non ci passo, telefono in ditta ma non c'è ancora nessuno, chiamo Enrico, scusami ma non capivo più niente, dimmi cosa sai.
So che è gravissimo, lo ha visto Gianni che lo caricavano sull'elisoccorso, e non era cosciente, tu dove vai?
Io devo andare a Parigi, e sono tre giorni tra andata e ritorno, come faccio, sono disperato, Alcace rifletti prova a farti sostituire, 
Ho già chiamato ma nessuno mi risponde, aspetto le sei e chiamo di nuovo.
Le ore non passano mai, non posso partire, Walter è il mio amico, con lui mi sento tutti i giorni, con lui io sto bene, mi capisce, mi aiuta e posso parlare di tutto, anche della mia bisessualità senza problemi, e adesso.
Squilla il cellulare, è Enrico, Al sono riuscito a parlare con il Ragioniere, ti sostituisco io, gli ho spiegato cosa è successo e mi ha dato il tuo trasporto, lascia i documenti sulle molle del rimorchio, io vengo a ritirarlo è parto per Parigi, tu vai pure da Walter, Grazie non so come sdebitarmi, ci sentiamo più tardi quando sono a Bologna, ancora grazie.
Chiudo la conversazione e corro a portare i documenti del trasporto, prendo la macchina e parto per Bologna.
Da Novara ci vogliono almeno due ore, a quest'ora sulla tangenziale di Milano non c'è traffico, posso andare sparato, il mio Wrangler lascia i copertoni alla partenza sulla strada.
Mi devo calmare, se voglio arrivare a Bologna, non mi ricordo neanche di essere entrato in Autostrada, quando connetto sono allo svincolo per Bologna a Melegnano,  ho fatto 60 km. Senza accorgermi.
Mi fermo a fare Gasolio, nell'area dei camion c'è uno Scania nero come quello di Walter, un tuffo al cuore.
Finito, riparto e sgaso, e giù a tavoletta fino a Bologna, non penso a nulla i chilometri passano velocemente un ora e ecco il casello di Bologna tangenziale, esco e prendo per il centro, ecco l'ospedale posteggio sono le sei corro al pronto soccorso, entro chiedo ad un infermiere se avevano portato un camionista che aveva avuto un incidente sugli Appennini.
L'infermiere abbassando la testa annui, si lo hanno portato qui con elisoccorso , ma scusi lei chi è?
Sono il suo compagno, vorrei vederlo. A quel "sono il suo compagno" l'uomo sgranò gli occhi, fece finta di non capire,  ma aveva capito benissimo, l'ipocrisia è sempre presente in tutti,    Si ha capito bene, sono l'unico parente e voglio vederlo.
A queste parole l'infermiere mi accompagna nel reparto rianimazione, mi da un camice verde una mascherina i calzari di plastica e mi fa entrare in una porta pressurizzata dicendomi di indossarli e attendere.
Quando la porta si chiude alle mie stalle incominciò ad indossare freneticamente gl'indumenti consegnatomi e a sudare copiosamente per la tensione, poco dopo la porta davanti a me si apre ed entrò in un altro piccolo corridoio con il,pavimento appiccicaticcio, e con un acre odore di disinfettante, si chiude  la porta dietro a me e si apre quella davanti.
Entrò e mi trovo in una sala con una decina di letti con distesi uomini e donne completamente nudi con solo un piccolo lenzuolo che copriva le parti intime, in fondo sul l'ultimo letto c'era Walter.
Mi avvicinò e il cuore mi scoppia, era li immobile, intubato, con attaccato il respiratore, flebo e ventose del monitor.
Sto per chiamarlo ma un medico mi si avvicina dicendomi:
Non può sentirlo, l'abbiamo sedato profondamente, è molto grave, per adesso non possiamo fare niente, se passa la mattinata  nel pomeriggio vedremo cosa fare, scusi lei chi è?
Voltandomi con le lacrime che mi bagnavano gli occhi, sono il suo compagno, siamo soli solo noi due, cosa posso fare?
Niente, per adesso solo aspettare e se crede in Dio pregare che passi le prossime sei ore, a quelle parole scoppiai a piangere, presi la
mano di Walter che era fredda e senza vita quella mano poderosa e forte e adesso li inerte ed immobile.
Posso stare qui?
No non può, ma se vuole la lasciamo nella saletta qui fuori in attesa di eventuali eventi, il medico era una persona gentile, giovane avrà avuto una trentina d'anni, alto più o meno come me, ma gracile, sembrava la mia ombra, in un altro momento, adesso che ci penso gli avrei fatto intendere che non era niente male, ma in quel momento lui aveva già capito tutto senza marcare niente.
Passarono quelle ore interminabili in una confusione totale, non ragionavo più i pensieri si accavallavano uno bello e uno brutto in un modo caotico, ero solo volevo qualcuno li vicino a me per potermi sfogare ma non c'era nessuno con chi parlare, e il silenzio assoluto mi rendeva ancora più triste.
Erano le dodici e trenta quando si apre la porta ed esce il medico dalla sala di rianimazione e si toglie la mascherina, e in un attimo tutto fu chiaro, non ebbe neanche il tempo di parlare che avevo capito che ero rimasto solo.
Mi dispiace, mi disse, ma era gravissimo, quando è arrivato qui con elisoccorso era già in coma, aveva rotto la spina dorsale in due punti, ed era uscito il midollo, e il trauma cranico poi a fatto il danno più grave provocando una emorragia posteriore compromettendolo definitivamente, mi creda non si è accorto di nulla, e spirato cinque minuti fa, e allargando le braccia mi accolse in un segno di conforto.
Mi perdoni non le ho neanche chiesto come si chiama, e io balbettando Walter, anche lei, rispose, a no scusi io mi chiamo Alcace, e dicendo il suo nome mi misi a piangere, adesso dieci minuti che lo stacchiamo dalle macchine glielo portiamo in saletta dove può vederlo ed abbracciarlo.
Dieci minuti interminabili, si affaccia un infermiere e mi sussurra di seguirlo, mi accompagna in una stanzetta dove nel lettino era disteso Walter, immobile, con i suoi bellissimi occhi turchesi chiusi, come la sua bocca immobile in attesa di un mio bacio, che arrivò immediatamente, posi le mie labbra sulle sue e piansi.

Sono passati quindici anni da quel giorno, ma non passa mattina che al mio risveglio il primo pensiero è per lui, WALTER il mio primo e unico vero amore.È lunedì mattina, sono le 04.00 scendo in cortile e accendo il camion, risalgo e faccio colazione, squilla il telefono, cazzo a quest'ora chi rompe; pronto chi parla?
Ciao Al. Sono Enrico, dove sei?
Ciao Enrico come mai a quest'ora?  Sono ancora a casa mi stavo preparando per partire, Alcace devo dirti una cosa che ti farà star male.
Ma cosa dici, Enrico, non capisco.
Alcace, Walter ieri sera ha avuto un incidente, stava tornando da Roma, quando sugli Appennini mentre scendeva a RoncoBilaccio è uscito di strada e si è schiantato contro un pilone ed è gravissimo.
L'hanno portato a Bologna al Sant'Orsola. 
Alcace, ci sei? Alcace.
Un tonfo profondo al cuore, mi siedo, istintivamente chiudo la comunicazione con Enrico, e faccio il numero di Walter, muto non suona, cosa faccio, devo partire per Parigi e da Novara non ci passo, telefono in ditta ma non c'è ancora nessuno, chiamo Enrico, scusami ma non capivo più niente, dimmi cosa sai.
So che è gravissimo, lo ha visto Gianni che lo caricavano sull'elisoccorso, e non era cosciente, tu dove vai?
Io devo andare a Parigi, e sono tre giorni tra andata e ritorno, come faccio, sono disperato, Alcace rifletti prova a farti sostituire, 
Ho già chiamato ma nessuno mi risponde, aspetto le sei e chiamo di nuovo.
Le ore non passano mai, non posso partire, Walter è il mio amico, con lui mi sento tutti i giorni, con lui io sto bene, mi capisce, mi aiuta e posso parlare di tutto, anche della mia bisessualità senza problemi, e adesso.
Squilla il cellulare, è Enrico, Al sono riuscito a parlare con il Ragioniere, ti sostituisco io, gli ho spiegato cosa è successo e mi ha dato il tuo trasporto, lascia i documenti sulle molle del rimorchio, io vengo a ritirarlo è parto per Parigi, tu vai pure da Walter, Grazie non so come sdebitarmi, ci sentiamo più tardi quando sono a Bologna, ancora grazie.
Chiudo la conversazione e corro a portare i documenti del trasporto, prendo la macchina e parto per Bologna.
Da Novara ci vogliono almeno due ore, a quest'ora sulla tangenziale di Milano non c'è traffico, posso andare sparato, il mio Wrangler lascia i copertoni alla partenza sulla strada.
Mi devo calmare, se voglio arrivare a Bologna, non mi ricordo neanche di essere entrato in Autostrada, quando connetto sono allo svincolo per Bologna a Melegnano,  ho fatto 60 km. Senza accorgermi.
Mi fermo a fare Gasolio, nell'area dei camion c'è uno Scania nero come quello di Walter, un tuffo al cuore.
Finito, riparto e sgaso, e giù a tavoletta fino a Bologna, non penso a nulla i chilometri passano velocemente un ora e ecco il casello di Bologna tangenziale, esco e prendo per il centro, ecco l'ospedale posteggio sono le sei corro al pronto soccorso, entro chiedo ad un infermiere se avevano portato un camionista che aveva avuto un incidente sugli Appennini.
L'infermiere abbassando la testa annui, si lo hanno portato qui con elisoccorso , ma scusi lei chi è?
Sono il suo compagno, vorrei vederlo. A quel "sono il suo compagno" l'uomo sgranò gli occhi, fece finta di non capire,  ma aveva capito benissimo, l'ipocrisia è sempre presente in tutti,    Si ha capito bene, sono l'unico parente e voglio vederlo.
A queste parole l'infermiere mi accompagna nel reparto rianimazione, mi da un camice verde una mascherina i calzari di plastica e mi fa entrare in una porta pressurizzata dicendomi di indossarli e attendere.
Quando la porta si chiude alle mie stalle incominciò ad indossare freneticamente gl'indumenti consegnatomi e a sudare copiosamente per la tensione, poco dopo la porta davanti a me si apre ed entrò in un altro piccolo corridoio con il,pavimento appiccicaticcio, e con un acre odore di disinfettante, si chiude  la porta dietro a me e si apre quella davanti.
Entrò e mi trovo in una sala con una decina di letti con distesi uomini e donne completamente nudi con solo un piccolo lenzuolo che copriva le parti intime, in fondo sul l'ultimo letto c'era Walter.
Mi avvicinò e il cuore mi scoppia, era li immobile, intubato, con attaccato il respiratore, flebo e ventose del monitor.
Sto per chiamarlo ma un medico mi si avvicina dicendomi:
Non può sentirlo, l'abbiamo sedato profondamente, è molto grave, per adesso non possiamo fare niente, se passa la mattinata  nel pomeriggio vedremo cosa fare, scusi lei chi è?
Voltandomi con le lacrime che mi bagnavano gli occhi, sono il suo compagno, siamo soli solo noi due, cosa posso fare?
Niente, per adesso solo aspettare e se crede in Dio pregare che passi le prossime sei ore, a quelle parole scoppiai a piangere, presi la
mano di Walter che era fredda e senza vita quella mano poderosa e forte e adesso li inerte ed immobile.
Posso stare qui?
No non può, ma se vuole la lasciamo nella saletta qui fuori in attesa di eventuali eventi, il medico era una persona gentile, giovane avrà avuto una trentina d'anni, alto più o meno come me, ma gracile, sembrava la mia ombra, in un altro momento, adesso che ci penso gli avrei fatto intendere che non era niente male, ma in quel momento lui aveva già capito tutto senza marcare niente.
Passarono quelle ore interminabili in una confusione totale, non ragionavo più i pensieri si accavallavano uno bello e uno brutto in un modo caotico, ero solo volevo qualcuno li vicino a me per potermi sfogare ma non c'era nessuno con chi parlare, e il silenzio assoluto mi rendeva ancora più triste.
Erano le dodici e trenta quando si apre la porta ed esce il medico dalla sala di rianimazione e si toglie la mascherina, e in un attimo tutto fu chiaro, non ebbe neanche il tempo di parlare che avevo capito che ero rimasto solo.
Mi dispiace, mi disse, ma era gravissimo, quando è arrivato qui con elisoccorso era già in coma, aveva rotto la spina dorsale in due punti, ed era uscito il midollo, e il trauma cranico poi a fatto il danno più grave provocando una emorragia posteriore compromettendolo definitivamente, mi creda non si è accorto di nulla, e spirato cinque minuti fa, e allargando le braccia mi accolse in un segno di conforto.
Mi perdoni non le ho neanche chiesto come si chiama, e io balbettando Walter, anche lei, rispose, a no scusi io mi chiamo Alcace, e dicendo il suo nome mi misi a piangere, adesso dieci minuti che lo stacchiamo dalle macchine glielo portiamo in saletta dove può vederlo ed abbracciarlo.
Dieci minuti interminabili, si affaccia un infermiere e mi sussurra di seguirlo, mi accompagna in una stanzetta dove nel lettino era disteso Walter, immobile, con i suoi bellissimi occhi turchesi chiusi, come la sua bocca immobile in attesa di un mio bacio, che arrivò immediatamente, posi le mie labbra sulle sue e piansi.

Sono passati quindici anni da quel giorno, ma non passa mattina che al mio risveglio il primo pensiero è per lui, WALTER il mio primo e unico vero amore.